La Stampa del 21/12/07 - Il mistero Zapparoli


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La Stampa del 21/12/07 - Il mistero Zapparoli

Messaggioda Andry CP » mer set 12, 2007 1:30 pm

La Stampa del 21/12/07

<b>La stampa 21 dicembre 2007

<font size="3">Il dna dopo 56 anni svela il mistero del Rosa</font id="size3"></b>
<i>Sono i resti di Zapparoli, scomparso sulla parete Est</i>

Talvolta i ghiacciai sono generosi e rendono i corpi degli alpinisti che hanno conservato per decenni: in passato raramente era possibile arrivare all'identificazione delle vittime della montagna, oggi la scienza consegna risposte sicure. Così ora è sicuro che i resti umani trovati il 9 settembre sul Monte Rosa sono di Ettore Zapparoli, scomparso più di 56 anni fa. Una escursionista di Macugnaga, a circa duemila metri di quota sul ghiacciaio del Belvedere, ha scoperto pochi reperti biologici venuti in superficie con lo scioglimento del ghiaccio.
A stabilire che si tratta dell'alpinista solitario scomparso il 18 agosto 1951 sulla parete Est del Monte Rosa è stato l'esame del dna, affidato dai parenti di Zapparoli al laboratorio Genetics di Bologna, specializzato in questo genere di analisi, che si avvale della consulenza di ex ufficiali del Ris di Parma.
Viene così confermata l'ipotesi prospettata sin dall'inizio dai carabinieri e dagli esperti di Macugnaga sulla base dei frammenti del vestiario e dell'attrezzatura tecnica rinvenuti con alcune ossa e un dito. Quest'ultimo reperto, che era rimasto meglio ibernato, è risultato fondamentale per la comparazione del dna.
Il quadro per l'identificazione era stato circoscritto agli Anni 40 e 50, periodo in cui quattro alpinisti erano stati ingoiati dai crepacci di quella che, per la sua altezza, viene chiamata la «parete himalayana» delle Alpi. Oltre a Zapparoli, nel 1957, i lombardi Angelo Vanelli e Sergio Ferrario e l'anno seguente la guida di Macugnaga Gildo Burgener.
Ettore Zapparoli aveva compiuto importanti scalate solitarie, riscuotendo anche l'ammirazione di Emilio Comici che l'aveva visto arrampicare sulle Dolomiti. Alle fortune alpinistiche non aveva fatto riscontro un analogo apprezzamento per il suo talento musicale e letterario. L'opera «Enrosadira», da lui composta, non andò mai in scena a causa del bombardamento della Scala e i suoi romanzi rimasero invenduti. Ebbe però un epitaffio eccezionale. Poco dopo la sua scomparsa Dino Buzzati pubblicò un affettuoso ricordo in un elzeviro sul Corriere della Sera.
Al primo ritrovamento di settembre ne è seguito un altro l'I novembre: durante la deposizione dei lumini per i morti in montagna è stata rinvenuta la volta cranica.
«Il nostro desiderio - dice da Venezia la cugina Marina Scalori - è tumulare i resti di Ettorino nel cimitero di Macugnaga con i genitori Gigi e Anita».

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<b>La Stampa del 03/11/07</b>

<font size="1">MACUGNAGA. DAI FINANZIERI</font id="size1">
<b><font size="3">Ritrovate sul Rosa anche ossa del cranio. Sono di Zapparoli?</font id="size3"></b>

<font size="1">MACUGNAGA</font id="size1">
Un nuovo reperto osseo è venuto alla luce ai piedi del Monte Rosa. Si tratta della volta cranica dell’alpinista, i cui resti sono stati scoperti sulla superficie del ghiacciaio del Belvedere all’inizio di settembre. Secondo una prima ricostruzione gli elementi emersi dal ghiaccio (un femore, alcune costole, un dito e dei brandelli di abiti) potrebbero essere appartenuti a Ettore Zapparoli, famoso scalatore, ma anche scrittore e musicita, scomparso sulla parete est del Rosa nell’agosto del 1951. L’ultimo ritrovamento è avvenuto durante l’escursione effettuata per commemorare i caduti del Monte Rosa cui ha partecipato una trentina di escursionisti del Cai guidati dal capo del soccorso alpino di Macugnaga, Fulvio Pirazzi. Appena entrata sul ghiacciaio, la comitiva ha incontrato alcuni militari del Soccorso alpino della guardia di finanza che stavano compiendo un’esercitazione e che si sono momentaneamente uniti al gruppo per deporre dei lumini sul luogo del precedente rinvenimento. Sono state proprio le Fiamme Gialle a ritrovare la calotta cranica che evidentemente è emersa soltanto negli ultimi giorni in seguito allo squagliarsi della neve e al costante movimento della massa ghiacciata verso valle. A settembre tutta l’area era stata minuziosamente perlustrata, ma non c’era traccia del cranio, che i finanzieri hanno provveduto subito a consegnare al brigadiere Francesco Galeandro dei carabinieri di Macugnaga, incaricato di seguire il caso dalla Procura della repubblica di Verbania. Sarà il magistrato inquirente ad assumere le successive decisioni. È probabile che anche questo reperto osseo venga affidato ai parenti di Zapparoli che abitano a Mantova e che hanno già ottenuto l’autorizzazione per effettuare l’esame del Dna onde arrivare a un’attribuzione certa dei resti.

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<b>La Stampa del 18/09/07</b>

<font size="1">MACUGNAGA. PARLA L’AMICA ALBERGATRICE</font id="size1">
<font size="3"><b>“Con me Zapparoli avrebbe rinunciato a scalare il Rosa”</b></font id="size3">

<font size="1">TERESIO VALSESIA -</font id="size1"> «Quel 17 agosto del 1951 Ettore Zapparoli mi aveva invitata a compiere un’ascensione con lui. Se vi fossi andata non sarebbe morto». A distanza di tanti anni Jucci Ermini si rammarica ancora di non aver accolto il desiderio dello scalatore solitario. «Purtroppo sono stata trattenuta per impegni nell’albergo di mia madre», ricorda commossa. «Zapparoli mi aveva chiesto di passare da don Sisto Bighiani, parroco di Macugnaga e guida alpina, a prendere una corda per l’ascensione che certamente non sarebbe stata sulla parete del Rosa». Ettore Zapparoli la precede la sera del 17 agosto all’alpe Fillar. Prima di partire passa dal negozio di Rita Lanti e dal calzolaio Pierino Burgener a prendere dei ramponi che aveva adattato agli scarponi. Salendo all’alpeggio incrocia la guida Vittorio Marone che scende dalla Jazzi. «Aveva una branda in spalla che gli sarebbe servita per dormire a Fillar», raccontava la guida, ora defunta. Morto è anche l’alpigiano di Pallanzeno che lo ospita per l’ultima notte. Secondo il suo racconto, tramandato dalle guide di Macugnaga, il mattino del 18 agosto chiede a Zapparoli della sua meta: «Vado a morire sul mio Rosa», la risposta. E l’alpigiano: «Ma no! a mezzogiorno farò la polenta per i villeggianti». «Allora ritornerò in tempo per il pranzo!»
E’ assodato che l’alpinista attraversa nella parte inferiore il canalone Marinelli poiché le sue tracce sono rilevate qualche giorno dopo da una cordata varesina diretta alla capanna Marinelli. Il custode del rifugio Zamboni, Zaverio Lagger, lo osserva a lungo con il binocolo. A un certo punto il puntino nero scompare. Da allora più nulla, fino al casuale ritrovamento, una decina di giorni fa, di alcune ossa, di un moschettone e di brandelli di vestiti sul ghiacciaio del Belvedere: attrezzatura e abbigliamento in voga negli anni ‘50. Un fazzoletto bianco, ricamato con un pizzo, costituisce uno degli elementi più importanti per attribuire i reperti a Zapparoli. «Era figlio unico e celibe», dice Jucci Ermini. «La mamma Anita, rimasta vedova, coccolava il suo Ettorino come un bambino. Potrebbe essere stato ricamato da lei stessa». Dopo la scomparsa Anita Nuvolari (mantovana e cugina del grande pilota automobilistico), lascia Arona dove era vissuta con il marito medico condotto, per stabilirsi a Vanzone. E passa ogni estate all’albergo Nuova Pecetto di Jucci Ermini. «Sempre nella camera più alta, davanti al Rosa», ricorda l’albergatrice. E’ morta nel 1964 ed è sepolta con il marito nel cimitero di Macugnaga.

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<b>La Stampa del 12/09/07</b>

<font size="1">MACUGNAGA. SULLE TRACCE DI ETTORE ZAPPAROLI</font id="size1">
<b><font size="3">Dal ghiacciaio nuove tracce dell’alpinista</font id="size3">
Trovati una scarpa e un cappello di lana</b>

<font size="1">RENATO BALDUCCI - CARLO BOLOGNA

MACUGNAGA -</font id="size1"> Una scarpa, un cappello di lana cotta e altri brandelli di vestiti. Sono stati restituiti ieri mattina dal ghiacciaio del Belvedere, nella stessa zona dove domenica erano stati recuperati i resti di un alpinista. Sono stati i carabinieri della stazione di Macugnaga, al comando del brigadiere Francesco Galeandro, a rinvenirli al limite della morena laterale, a un centinaio di metri dal sentiero. Altri piccoli indizi, non ancora decisivi per risolvere questo «giallo» d’alta quota.
Ma si pensa che i resti siano proprio quelli di Ettore Zapparoli, romanziere e musicista, che il 18 agosto 1951 era partito da solo per conquistare la Zumstein: il custode del rifugio all’alpe Pedriola, Zaverio Lagger, seguì l’ascensione, poi quella figura che diventava sempre più piccola e distante sparì tra i crepacci. I familiari dell’alpinista nato a Mantova nel 1899 sono stati avvertiti: potrebbero richiedere un esame del Dna. C’è un dito perfettamente conservato nel ghiaccio e una comparazione in laboratorio, se ci fosse un parente stretto ancora in vita, allontanerebbe ogni dubbio. Al momento restano alcune ossa, dei brandelli di maglione verde, di una camicia color sabbia con taschino e colletto, pezzi di giubbotto, un moschettone ovale e quel fazzoletto ricamato che fa pensare allo scalatore solitario. Il moschettone era in uso sino alla fine degli Anni ‘60, epoca compatibile con la tragedia. E c’è anche il particolare della scarpa che restringe il campo della ricerca: la suola è in vibram, usata dopo il ‘45. quel periodo sono scomparsi sul Rosa quattro alpinisti, ancora custoditi dal ghiacciaio: Ettore Zapparoli, il 18 agosto 1951, i legnanesi Angelo Vanelli e Sergio Ferrario, caduti sulla Dufour l’8 settembre 1957 e la guida di Macugnaga Gildo Burgener, l’anno dopo. Burgener e Vanelli, però, indossavano il caratteristico maglione rosso o blu delle guide.
C’è anche un po’ di scetticismo. Fulvio Pirazzi, responsabile del Soccorso macugnaghese: «I resti ritrovati sono proprio pochi e questo rende difficile capire a chi appartengano. Di sicuro il posto dove sono stati trovati non è a rischio, si trova a ridosso del sentiero, in una zona per nulla pericolosa». In quel punto si arriva solo spinti dal ghiacciaio. La prossima settimana è previsto un altro sopralluogo. L’indagine è coordinata dal pm Maria Elisabetta Di Benedetto.


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<b>La Stampa del 11/09/07</b>

<font size="1">MACUGNAGA.UN FAZZOLETTO BIANCO, UN MAGLIONE VERDE E UN DITO PERFETTAMENTE IBERNATO</font id="size1">
<font size="3"><b>Il Rosa restituisce un corpo</b></font id="size3">
<i>Potrebbe essere quello di Ettore Zapparoli, si attende l’esame del Dna</i>

MACUGNAGA - Alcune ossa, brandelli di abiti, un moschettone di forma ovale e un fazzoletto bianco, finemente ricamato: il ghiacciaio di Macugnaga ha riconsegnato alcuni resti di un alpinista precipitato dalla parete est del Rosa e mai ritrovato. Da un primo esame potrebbero essere attribuibili a Ettore Zapparoli, scomparso nell’estate del 1951 mentre compiva un’ascensione alla Punta Zumstein. Ma il ghiacciaio conserva ancora i corpi di altri alpinisti. Per una conferma saranno quindi necessari ulteriori analisi. Il ritrovamento è avvenuto domenica da parte di una escursionista di Macugnaga che stava percorrendo il ghiacciaio poco sopra il Belvedere, a circa 2000 metri di quota, al limite della morena laterale. Sul luogo si sono recati i carabinieri di Macugnaga insieme al Soccorso alpino della Guardia di finanza e a Fulvio Pirazzi, capo del soccorso alpino del Cai. Si è scavato nel ghiaccio repertando tutto accuratamente, non solo i resti umani, ma anche gli oggetti rinvenuti: brandelli di un maglione verde, di una camicia color sabbia e di un tessuto di pantaloni o di giubbotto. In particolare: un dito perfettamente ibernato dal ghiaccio. Il tipo di moschettone era in uso nel secondo dopoguerra, fin verso gli anni Sessanta. In quel periodo sono scomparsi sul Rosa quattro alpinisti, ancora custoditi dal ghiacciaio: Ettore Zapparoli, il 18 agosto 1951, i legnanesi Angelo Vanelli e Sergio Ferrario, caduti sulla Dufour l’8 settembre 1957 e la guida di Macugnaga Gildo Burgener, precipitato nell’estate successiva dalla vetta più alta del Rosa. In precedenza, nel 1936, era stata inghiottita dai crepacci la cordata di Aldo Laus e Nino Scotti. L’attribuzione a Gildo Burgener e ad Angelo Vanelli è da escludere poiché i due vestivano il maglione di guida alpina. L’elemento più importante per assegnare i resti potrebbe essere costituito dal fazzoletto ricamato, forse appartenuto a Zapparoli, romanziere e musicista che sul Rosa ha tracciato parecchie nuove vie, sempre in solitario. Il 18 agosto 1951, dopo aver pernottato all’alpe Fillar, aveva detto al pastore: «Vado a morire sul mio Rosa». La possibile individuazione di eventuali parenti di Zapparoli a Mantova (sua città natale) potrebbe permettere il confronto del Dna con i reperti biologici venuti alla luce e renderne certa l’attribuzione. Più facile era stata la determinazione dei resti umani emersi dal ghiacciaio nell’autunno del 1971 e rinvenuti anch’essi, in prossimità del Belvedere, dalla guida di Macugnaga Luciano Bettineschi. Si trattava di Casimiro Bich, di Valtournenche, caduto dalla cresta sommitale del Rosa nel 1925. La conferma era venuta dal suo distintivo di guida. In quarantasei anni il suo corpo aveva percorso circa 5 chilometri nelle viscere del ghiaccio. La salita di Zapparoli, al centro della Est, era stata osservata da Zaverio Lagger, custode del rifugio Zamboni-Zappa. Poi quel puntino nero era svanito fra i crepacci. La sua scomparsa aveva suscitato grande emozione in tutto il mondo alpinistico italiano e Dino Buzzati gli aveva dedicato un commosso ricordo con un elzeviro sul «Corriere della Sera», che è diventato un pezzo da antologia della letteratura alpina. L’alone di mistero sulla fine di Zapparoli è servito ad alimentare l’interesse attorno a questo alpinista, scrittore ermetico e geniale, autore di due romanzi autobiografici («Blu Nord» e «Il silenzio ha le mani aperte»), che hanno avuto successo solo dopo la sua morte.

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<b>La Stampa del 11/09/07</b>

<font size="1">Reportage</font id="size1">
<b><font size="3">La scoperta</font id="size3">
Un escursionista a caccia di cristalli si imbatte casualmente nei brandelli di una storia epica</b>

<font size="1">MACUGNAGA (Verbania) -</font id="size1"> A chi appartengono i resti trovati domenica sul ghiacciaio di Macugnaga da un escursionista alla ricerca di cristalli? Un indizio porta a un nome illustre nel mondo degli scalatori di mezzo secolo fa: Ettore Zapparoli.
Si tratta di un fazzoletto bianco, finemente ricamato, rinvenuto accanto a un mucchietto di ossa e a brandelli di vestiti. Nessun altro segno di riconoscimento, nonostante le minuziose ricerche scavando nel ghiaccio, da parte del brigadiere Francesco Galeandro dei carabinieri di Macugnaga insieme ai finanzieri e al capo del soccorso alpino del Club alpino italiano, Fulvio Pirazzi. Oltre agli abiti c’era un moschettone di vecchio stampo ovale, utilizzato nel dopoguerra, fino agli anni ’60. Questo elemento è servito a scremare le ipotesi che altrimenti avrebbero investito un arco di tempo più vasto, coinvolgendo una decina di alpinisti precipitati sulla Est del Rosa e mai più ritrovati.
Il quadro per l’identificazione si restringe quindi agli anni ’40-’50 e le vittime soltanto a quattro: Zapparoli, scomparso nell’estate del 1951, Angelo Vanelli e Sergio Ferrario di Legnano, caduti sulla Dufour nel 1957, e Gildo Burgener di Macugnaga, precipitato l’anno seguente. Vanelli e Burgener erano guide alpine, ma i frammenti di maglione rinvenuti ora sono verdi, quindi escludono una loro attribuzione perché indossavano il tradizionale maglione rosso. Resta quel vezzoso fazzoletto ricamato che potrebbe deporre a favore di Ettore Zapparoli, musicista e scrittore, idealista e romantico, definito «il vero scalatore solitario». In un ventennio ha tracciato importanti vie sulla Est del Rosa facendo rivivere le sue avventurose imprese in due romanzi autobiografici (<i>«Blu Nord»</i> e <i>«Il silenzio ha le mani aperte»</i>) che ebbero notorietà solo dopo la sua morte.
Nel 1934 sale al colle Gnifetti, nella parte più aspra e pericolosa della Est; nel ‘37 apre una nuova via alla Nordend (la «cresta del Poeta») che dedicò al suo amico Guido Rey. Il 17 e il 18 settembre 1948 traccia l'ennesima via alla parete, ancora sulla Nordend e questa volta a destra della Cresta del Poeta: il «canalone della solitudine». Il 18 agosto 1951, al pastore dell’alpe Fillar che gli chiedeva dove fosse diretto rispose: «Vado a morire sul mio Rosa».
Una tragedia annunciata? Il custode del rifugio Zamboni-Zappa, Zaverio Lagger, vecchio lupo di montagna, seguì casualmente con il binocolo un punto nero nel cuore della parete del Rosa, fin sotto la Punta Zumstein. Poi rimase solo lo scivolo nudo del ghiaccio, fra un dedalo di seracchi. Le guide di Macugnaga l’hanno cercato per più giorni. Fra loro il parroco don Sisto Bighiani, guida anche lui e suo grande amico. Dino Buzzati gli dedicò un commovente elzeviro sul Corriere della Sera, che è un testo da antologia della letteratura alpina. Per ricordarlo è stato attribuito il suo nome alla cresta centrale della parete est mentre sopra il pianoro della Pedriola gli è stata eretta una cappelletta. Sin quando ha potuto, vi andava anche la madre, Anita Nuvolari, che ha voluto essere sepolta nel cimitero di Macugnaga. Non c’erano altri congiunti stretti. Ma ora la possibile individuazione di eventuali parenti a Mantova (città natale di Zapparoli) potrebbe permettere un confronto del Dna con i resti biologici venuti alla luce e accertarne scientificamente l’attribuzione.
Il ghiacciaio di Macugnaga è molto poco generoso. L’ultimo caso clamoroso fu quello della guida di Valtournenche Casimiro Bich, precipitato nel 1925 dal Colle Gnifetti, a 4400 metri di quota. I suoi resti sono affiorati a distanza di quarantasei anni, a 2000 metri, dopo aver percorso cinque chilometri ibernato nel ghiaccio. Li ha rinvenuti un’altra guida, Luciano Bettineschi di Macugnaga, insieme al distintivo di guida che ne permise l’attribuzione inequivocabile.
Di Zapparoli, in oltre mezzo secolo, il ghiacciaio non ha reso più nulla. Ora ci sono questo mucchietto di ossa e di abiti sfilacciati, e un moschettone e un fazzoletto che attendono un’identificazione. Ma forse lui avrebbe preferito che il Monte Rosa conservasse il segreto integrale.
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